Un flâneur d’alta montagna, Marco Noris
Articolo originale in Un flâneur de alta montaña, Marco Noris – A*Desk
L’atto del camminare entrò in territorio artistico consumando suole per una Parigi, quella degli anni Venti, con molti angoli da esplorare. Machete dadaisti ripulirono sentieri, e in seguito letteristi e situazionisti avrebbero fatto da ciceroni di una città alternativa alle rotte turistiche e allo svago organizzato. È passato un secolo e le città sono surrealiste di per sé, il che riassume una frase di Koolhaas che sembra emulare la celebre formula di Lautréamont sugli incontri fortuiti assurdi. Per Koolhaas la città contemporanea è frutto dell’incontro “tra la scala mobile e l’aria condizionata, concepita in un’incubatrice di Pladur”.
Prevedibili, vigilanti e smemorate come sono oggi le città, coloro che incorporano nel proprio camminare l’accidentale, la libertà e la memoria tendono a preferire la geografia rurale come territorio da esplorare.
Fu con il suo progetto In frontiera (Bcn Producció 2017) che Marco Noris scoprì nella transumanza la molla che attivava una serie di relazioni sottili tra la storia legata a un luogo e l’esperienza intensa di una natura che si mantiene imperturbabile di fronte agli scompigli umani.
Noris è un artista metodico. Non si perde in “derive psicogeografiche” né reinventa i nomi delle strade secondo il proprio stato d’animo come facevano i situazionisti. La toponomastica reale dei luoghi è ciò che gli interessa, poiché i nomi di burroni e valli custodiscono sempre curiose storie, sedimenti di memoria laminati con leggende dai cui fili Marco parte per tracciare le proprie mappe.
Dagli appunti di paesaggio che andò prendendo mentre percorreva i cippi della frontiera pirenaica fino alle riduzioni monocrome su fragili supporti che risultarono dai suoi pellegrinaggi successivi, la pittura di Noris si è andata spogliando di ogni residuo di rappresentazione, di ogni cornice. Non c’è distanza nel camminare. Mosso dalla volontà di connettere sentimenti antichi e nuovi di sradicamento, egli stesso volle sperimentare con il proprio corpo l’essere-frontiera. E dall’essere-frontiera passò all’essere-cammino: in «Entrega» (percorso a piedi che univa centri d’arte di diverse comarche catalane) non ebbe bisogno di altra motivazione che la propria idea di farsi uno con l’andare.
Noris scopre una certa sacralità nel camminare, come attestano i nomi di alcune opere («entrega», «sudario»…), o il titolo della sua mostra in corso: «Nel lieve sovrapporsi di cielo e terra» (Piramidón, sett-nov. 2020). Molti degli oggetti e delle carte esposti sembrano fossili o pergamene antidiluviane. Danno l’impressione che si disferanno tra le dita se osiamo toccarli.
L’orizzonte inafferrabile a cui si riferisce il titolo e che si materializza come una specie di fata morgana in alcune composizioni astratte di Noris ci ricorda l’esaltazione di spirito di colui per il quale non c’era differenza tra camminare, pensare ed esistere, Henry David Thoreau: “la natura, con il suo sottile magnetismo, ci spinge a prendere quel cammino che non abbiamo mai intrapreso nel mondo reale e che è simbolo perfetto di quello che desidereremmo percorrere nel mondo ideale e interiore; e se a volte troviamo difficile sceglierne la direzione, è —con tutta sicurezza— perché non ha ancora un’esistenza chiara nella nostra mente”.
Anna Adell è saggista e storica dell’arte. «Atrapados por Saturno: imaginarios recientes de la melancolía» (Casimiro, 2020) è il suo ultimo libro pubblicato, preceduto da «Creación y pensamiento hacia un ser expandido» (Trea) e «El arte como expiación» (Casimiro). Altri articoli dell’autrice su Le bastart: http://lebastart.com/.
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