Nel lieve sovrapporsi di cielo e terra

Come in un viaggio, ci sono tappe. Come nel cammino, c’è una meta verso cui ci dirigiamo. Presto il viaggiatore si rende conto che non esiste un rifugio certo senza uscita. E che tutti i sogni si dissolvono nell’aria. Ogni crocevia, solo un nuovo inizio. Sempre domani, e mai “domaniamo”.

Dove abita l’orizzonte, c’è una linea che sfugge continuamente a chi pretende di catturarla. Ciò che non si può definire si fa metafora: un luogo di sogno. Per abbracciare, o solamente rappresentare, quella sovrapposizione fittizia, è necessario mantenere una distanza. Percorriamo questo vuoto, una separazione cava, con i nostri andirivieni. In questo viavai ci trasformiamo in paesaggio in rovina, in perenne trasformazione.

In cammino verso l’indicibile, ci imbattiamo in resti: sottili carte, tele logore, cartoni incollati, pelli tatuate e legni antichi. La conoscenza come velo che, come strati di pittura, si sovrappongono lievemente per descrivere un luogo dove l’unità e i suoi frammenti convivono, dove l’affermazione entra in crisi e la precarietà si fa forza. È lì che i segni muti tessono un racconto, dove spettatore e paesaggio si sovrappongono. Strati sottili, velature di pigmenti cercano, poco a poco, passo dopo passo, di legare il cielo alla terra, l’azione alla contemplazione.

È un’altra metafora, un altro sogno in rovina. E tuttavia, vale ben la pena avventurarsi, anche solo per naufragare nel tentativo; qualsiasi meta che si trovi dall’altro lato, una volta abbandonata la scialba certezza della riva, compensa lo sforzo. Un sentiero percorribile fatto di pittura, una finzione tattile che si nutre di terra e di aria, avvicina ciò che non si sovrappone mai pur sembrando toccarsi. La prima mostra personale al Piramidón di Marco Noris (Bergamo, Italia, 1971) ci guida verso questo luogo metaforico, indicibile, situato tra le rovine e il vuoto.

«La condizione di esilio della metafora, in un mondo determinato dall’esperienza disciplinata, risulta tangibile nel malessere che provoca tutto ciò che non corrisponde allo standard di un linguaggio che tende all’unicità oggettiva. Allora si qualifica, nella tendenza opposta, come estetico: questo attributo concede la definitiva, e quindi totalmente disinibitoria, licenza di ambiguità»1, così Hans Blumenberg a proposito della metafora.

Le opere recenti di Noris ci si presentano come fossili che ci guidano lungo un orizzonte in rovina. Si tratta di pelli ammucchiate, strati successivi e ambienti contigui. Da queste serie si sprigiona una profonda quiete; nelle rovine si scopre una speranza che ormai non credevamo nemmeno più di poter sognare.

Le superfici riflettenti e ben rifinite del mondo contemporaneo aspirano alla massima trasparenza. La caratteristica più preoccupante di questa tanto esaltata trasparenza (nella politica, nel sociale e anche nell’arte) è l’assenza di vuoto e di ambiguità. Per fortuna, la pittura di Marco Noris attenta contro ogni trasparenza, articola un’ambiguità senza fine, è un fossile che occulta la sua origine.
Questa mostra è una fuga nel tempo perché torniamo al presente con la voglia di abbatterlo. Perché tutto è precario.

Per delimitare la distanza tra la superficie e l’osso (cfr. l’essenza delle cose), Marco Noris propone in questo progetto un’archeologia personale, un lavoro di revisione, processo quasi ecologico, che recupera il precedente per sottoporlo a trasformazioni continue. Accumula, organizza, lega le sue opere e le usa come materiale per altre proposte. Tele, carte e cartoni sostengono terra ed esperienza trovate lungo il cammino; ciò che è anteriore viene sfruttato per tracciare mappe del futuro, come pelli che portano impressi ricordi incancellabili di una meta irraggiungibile. Quella di Noris è un’archeologia personale che si appella a un orizzonte condiviso.

Il rifugio a cui chiunque anela durante il proprio viaggio, una volta raggiunto, crolla, cade a pezzi. E si ricomincia, verso un altro orizzonte (sempre lo stesso, mai uguale). Il muschio copre la rovina e germoglia un nuovo paesaggio. Non volevo, ma questo testo mi ci porta. Sarà perché è anch’esso scritto tra le macerie di un mondo malato che prosegue il suo cammino testardo, senza cambiare le sue velenose e inquinanti abitudini. Dicevo, non volevo includere una citazione di Goethe perché non credo che il sublime abbia spazio in ciò che ci circonda, quello era un altro sogno. Volli evitare anche dicotomie, dualità, opposizioni, bianco e nero, buono e cattivo per fuggire dalla visione colonialista e predatrice dell’occidente, dell’origine…

Eppure forse vale la pena fermarci con gli occhi rivolti verso un orizzonte metaforico e tornare ad ascoltare ciò che Goethe scrisse a suo tempo. Secondo il poeta tedesco, l’essere umano conduce una doppia vita, una concreta e una astratta. Nella prima «è abbandonato a tutte le tempeste della realtà, all’influenza del presente: deve lottare, soffrire, morire come l’animale». Ma nell’altra, è separato da «tutto ciò che là lo possiede e lo agita»; da questa distanza «è un mero spettatore e osservatore»2. Si direbbe che sia, ancora una volta, il trito dualismo tra vita attiva e contemplativa. Tuttavia, proporlo ora è pertinente, dopo mesi di confinamento, mentre cerco di intrecciare le opere e il tono del progetto espositivo di Marco Noris. Il figurativo, l’astratto, il frammento, l’unità, la rovina, il monumentale, la terra e il cielo…

Si tratta di una mostra di pittura sorta quando viaggiare era proibito e l’orizzonte si poteva contemplare da un solo punto di vista, quello di uno studio, un paio di piani più in basso dell’attuale mostra. Forse per questo motivo, le opere di Noris mi provocano un sentimento di ampiezza, di contemplazione prolungata; come se questa mostra fosse metafora di un’indicibile speranza di ciò che potrebbe essere e accadere se non rompiamo, ciecamente, tutti i ponti con il passato. Forse lasciare alle spalle il normativo e uscire verso il mare aperto del cambiamento sociale? Un’avventura che non sarà mai individuale (il personale è politico).

I suoi cartoni, tele, carte reclamano una distanza dal viavai quotidiano. In questi tempi cupi, di azione cieca a ogni costo, la sua proposta anela a fermarci per guardare un orizzonte comune. Se nella prima sala a sinistra, luogo oscuro e quasi tetro, troviamo il giaciglio dell’artista, fusione di arte e vita, precarietà e forza, in fondo alla sala principale un cartone ondulato dipinto di un azzurro chiaro pieno di luce ci accompagna verso un possibile cambiamento, verso qualcosa di meglio di una cura: una soluzione. È un nuovo orizzonte la soluzione? Nel 1967, con un atteggiamento militante e pieno di speranza, Germano Celant scrive, nei suoi appunti per una guerriglia (l’arte povera), alcune frasi che potrebbero ben servire da chiosa a questa mostra: «un’imprevedibile coesistenza tra forza e precarietà esistenziale che sconcerta, pone in crisi ogni affermazione, per ricordarci che ogni “cosa” è precaria, basta infrangere il punto di rottura ed essa salterà. Perché non proviamo col mondo?»3.

Nelle opere di Noris, i supporti sembrano determinare le forme; una spirale fatta con strisce di tele riposa su un piedistallo. Frammenti disposti in successione, ancorati alla parete. Prevale un tono scuro con qualche bagliore di luce; abbondanti pieghe, quasi fluttuanti, le une sulle altre. Se il mondo è tutto ciò che accade, questo pittore espone ora le tracce di un viaggio, frammenti di una rovina che include tutto; persi nelle sue stratificazioni, noi spettatori siamo chiamati a contemplare il futuro come se si trattasse di un fegato d’agnello.

L’arte dovrebbe sempre essere arte divinatoria, parlare del futuro. La metafora è stata esiliata dal terreno del sapere oggettivo. La pittura non conduce all’univocità oggettiva. Qui non ci sono concetti ma evidenze di un viavai che non è ancora giunto in porto. La pittura fa eco alle sensazioni di una contemplazione tattile. Tanti strati si accatastano l’uno sull’altro, finché la terra tocca finalmente il cielo.

Come ho già insinuato, ho l’impressione che il titolo di questa mostra di Marco Noris sia una metafora. Ma non ne sono sicuro. Non tanto perché sia scritto in un’altra lingua, si capisce facilmente. Dev’essere una metafora perché descrive un luogo che non esiste. E, se esistesse, non si potrebbe ridurre a concetto, a certezza oggettiva. L’orizzonte è uno spazio indecifrabile. L’orizzonte non è una linea. Il cielo e la terra non si toccano. Né si avvicinano, anche se sembra. Dove possiamo trovare quel paragone tacito che fa la metafora? È in questi dipinti, con le loro texture, i loro materiali, i loro supporti.
Questo progetto pone l’impossibilità di definire in modo oggettivo il fragile e illusorio avvicinamento della figurazione con l’astrazione, di ciò che si tocca con ciò che si vede. Le sue opere restano in un orizzonte che sembra fondersi, lievemente, quasi sovrapporsi. Ma questo incontro non si celebra. O forse sì, si uniranno quando finalmente riusciremo ad abbandonare le dicotomie del pensiero binario e oppositivo.

_Francesco Giaveri, 2020 _

  1. Hans Blumenberg, Naufragio con espectador. Paradigma de una metáfora de la existencia, Visor, Madrid, 1995, p. 104. 

  2. Goethe citato in Hans Blumenberg, Op. cit., pp. 73-74. 

  3. Germano Celant, «Arte povera. Appunti per una guerriglia», in Flash Art, N. 5, Roma, nov.-dic. 1967.