Non era il sole

A volte è sufficiente aggiungere qualcosa a un’immagine perché ciò che vediamo come un paesaggio si trasformi in uno scenario e non nella rappresentazione dell’illusione di chi lo sta contemplando. Cosicché parlare di scala di fronte a un paesaggio sarebbe come parlare della distanza che separa lo spettatore dall’immagine. E parlare della distanza tra chi guarda e ciò che vede sarebbe parlare di intromissione in un racconto interminabile.

Perché la pittura non ha fine. E, tuttavia, invita ad avvicinarsi.

Dice Marco Noris che, per lui, la pittura -in particolare, la pittura a olio- è il linguaggio che meglio gli permette di intimare con l’emotivo senza trascurare l’intellettuale. Dice anche che è il linguaggio che, grazie ai suoi codici visivi tradizionali, gli permette di penetrare nella coscienza dello spettatore facendolo oscillare tra il presagio e il lutto. Una distorsione temporale -continua a dire- popolata di scenari post-apocalittici, rovine del passato, annunci di disastri futuri e memorie di tragedie che si confondono e si intrecciano formando una sorta di genealogia della catastrofe. Uno studio del divenire umano che, lontano da celebrazioni e lamenti nostalgici, ci parla di quel cammino intimo e collettivo di accettazione ed espiazione al cui centro si trova sempre chi non è padrone del proprio destino: lo spettatore. Solo. Di fronte alla sua mortalità.

O come lo chiama Noris: Il trionfo della sconfitta.

Incentrata sul desiderio di insinuare e non tanto su quello di descrivere ciò che, agli occhi di chi contempla, si erge come un esercizio di introspezione attorno ad argomenti tanto ampi, sentiti e riflessivi come la memoria, l’oblio, l’assenza e l’attesa, l’opera di Noris è una sorta di balsamo che, invocando una più che necessaria sospensione del tempo, permette che tutto passi perché in essa tutto si eternizza, si allunga, attende e lascia. Si tratta di una decisione che, collocando al margine del trambusto e del rumore chi si pone di fronte alla sua opera, permette di connettersi con quella parte dell’essere che si chiede cosa ci sia dietro la stretta realtà che vediamo perché sa che è dietro ciò che ci acceca che dovremmo davvero indagare.

E il fatto è che al di là del velo che impedisce la visione si può trovare la ragione per cui siamo tutti qui.

La mostra che, sotto il titolo Non era il sole, riunisce buona parte della produzione di Noris sviluppata attorno alla scomparsa nelle fosse comuni, alla crudeltà delle frontiere, alla guerra civile, all’esilio e allo sradicamento, così come a questioni di contenuto ambientale -in quanto metafore delle nostre rovine materiale e morale- o a letture di più profondo carattere introspettivo come primo e ineludibile passo verso l’accettazione della negazione e dell’ombra per far fronte all’escalation tecnologica, all’eccesso di consumo e all’intrattenimento che tutti ci acceca, è una sorta di pozzo concettuale concepito non tanto per porre fine alla specie umana ma per dimostrare che dopo ciò che sembrava essere il sole non veniva la notte del riposo ma il desiderio di trovare una luce al margine dell’impazienza. Vale a dire, al margine di noi stessi. È per questo che, più che un viaggio verso l’esterno e attraverso territori in cui tutto è costruito, ciò che Noris propone è un viaggio verso l’interno di ciascuno per il cammino delle sue pennellate a olio, la superficie di alcune tele, gli strati e strati di cartone scartato, le dimensioni di un quadro e i passi che dovremmo seguire per decollare da questo maledetto mondo, recuperare l’essenza dell’essere umano, prendere coscienza della nostra identità, rivitalizzare i nostri valori e vedere tutto a quella distanza che permette di intendere la pittura, la sua pittura, anche come una questione di scala.