Il fatto di dipingere
Dopo lo smantellamento dei generi e delle gerarchie dell’arte moderna avvenuto negli anni Sessanta, fu piuttosto comune che, durante gli anni Settanta e Ottanta, i pittori sentissero la pressione di giustificare la scelta del mezzo. La pratica pittorica lavorò allora dall’ironia fino all’espansione dei suoi limiti fuori dal telaio. Giunto ormai il decennio del 2000, era ampiamente accettato che la pittura potesse essere concettuale e persino un mezzo di critica istituzionale.
Il lavoro di Marco Noris si inscrive in questa concezione espansa della pittura. Se nei suoi progetti del 2017 “In frontiera“ e del 2018-2019 “La Entrega“ Noris utilizza la pittura come registro del suo camminare, della sua connessione con il paesaggio e la sua storia, in questa mostra torna alla pittura nel suo senso più ortodosso e propone un’esposizione con vari livelli di significato che vanno e vengono tra la tradizione e la fluidità contemporanea (Bauman).
Dal mio punto di vista, il titolo della mostra è già un primo indizio di questa pluralità di contenuti che il suo lavoro connota. “Nel lieve sovrapporsi di cielo e terra“ è pura poesia. È lunga e nota l’associazione tra poesia e pittura. Dall’“ut pictura poesis” di Orazio fino a Umberto Eco si sono scritte numerose speculazioni sulla relazione tra poesia e pittura. Nel corso del tempo questi due sistemi di segni –la parola vs il colore e la sua materialità– hanno rivaleggiato per la loro capacità di commuovere e comunicare al nostro mondo sensibile più profondo. Ma se il carattere poetico del titolo mi riporta alla tradizione pittorica, mi trasmette al tempo stesso una fragile e instabile appartenenza a due mondi diversi (cielo e terra) e mi informa sull’ambigua situazione dei pittori nel contesto artistico attuale. Sembrerebbe che i pittori abbiano questa strana appartenenza alla tradizione –per il mezzo– e, al tempo stesso, siano una sorta di messaggeri di “contenuto sensibile” in seno alla ricerca speculativa e discorsiva dell’arte contemporanea.
Lasciando da parte il titolo e addentrandomi ormai nell’opera esposta, guardo i suoi lavori e torno a sentire l’ambiguità e la fragilità. Noris dipinge a olio e le sue composizioni sono una sorta di paesaggi astratti. Si possono percepire linee d’orizzonte, cammini notturni, montagne e colori che sintetizzano e trasmettono un clima chiuso di nubi minacciose. Ma la mia placida percezione viene turbata quando scopro che i supporti di questi dipinti sono pezzi di legno estratti da alcune rovine del XIX secolo; cartoni trovati per strada e incollati in modo tale da sembrare fisarmoniche di diverse misure e, infine, pezzi tagliati da antichi dipinti che Marco ha sovrapposto, giustapposto e combinato con diversi elementi, formando veri e propri artefatti pittorici. È questa una mostra di pittura? Sì, lo è. C’è olio, ci sono paesaggi astratti, ma è anche una potente rivitalizzazione del mezzo. La mostra è pittura OGGI. È la pittura spogliata del suo scettro, dei suoi canoni compositivi e tecnici. La pittura si mostra crudamente. È inevitabile l’associazione all’arte povera e “al suo impegno con la contingenza, con l’evento, con l’astorico, con il presente e la possibilità di sbarazzarsi di qualsiasi discorso visivamente univoco”, secondo le parole di Germano Celant. La mostra è un’esperienza cromatica che trasmette chiaramente, dal mio punto di vista, un tema che Marco ha già sviluppato in un’altra mostra ed è parte delle sue preoccupazioni: El triunfo de la derrota.
E qui un altro livello di significato. La crudezza, la povertà, il rotto, il bruciato, un mondo reale che si vive come scarto, una fisicità che si vive come poco affidabile, la lentezza percepita come noia in un mondo che privilegia l’asepsi, la velocità e l’isolamento. La stanza-installazione della sala laterale, realizzata con scarti, carte e resti di tele dipinte, rafforza questa associazione con il povero, con la fragilità e la contingenza del pittore. La mostra mantiene la fedeltà al mezzo per esprimere il mondo contemporaneo e il tropo pittorico del vitalismo: il dipinto contiene un pezzo di vita dell’artista e lo rende presente nella sua assenza –la stanza sembrerebbe essere ancora abitata da un pittore.
La pittura di Noris è una chiara dimostrazione di tutte le preoccupazioni che viviamo oggi, dei nostri dubbi rispetto al futuro, della nostra fragilità, del nostro fallimento come società e della forza e profondità del mezzo per esprimere una congiuntura storica.