Sequere, una corporeizzazione della memoria
L’acqua della foce entra nel vaso ouroboros1 circondata da pescatori che ben-dicono l’atto e la traversata che intraprenderà a monte per tornare alla sorgente impregnata dell’accadere del territorio / Il ciclo ricomincia fino alla sua origine, il Segre / I primi passi si trasformano in 30 km / Un antico Camí de Sirga è solcato da due camminatori che vanno installando un altro percorso / Il corpo del tempo va prendendo la consistenza dell’inverso alveo del fiume / I passi pensano la veemenza del sole / Un cavallo appare alla frontiera tra il Camí de Sirga e la città / Il cavallo ci osserva: siamo noi umani a portare il peso dei sogni / Ad Amposta l’ospitalità di una comunità attende l’arrivo della brocca e si unirà al camminare corporeizzando la sua impronta / È la prima andatura del progetto Sequere / Le prime impronte impregnate nell’acqua.
“Quando passeggiamo per il mondo, ciò che conta non è la testa ma i piedi”2
Con l’ascolto nei piedi e lo sguardo nelle radici, un artista e una psicoanalista danno inizio a una traversata che camminerà per territori dove la memoria, la storia e il tempo saranno attraversati a piedi. I due vanno costeggiando e ricamando il fiume, imbastendo le crepe, ciò che è bucato della memoria. Con altri corpi –quelli che si uniscono alla traversata– vanno costituendo un’altra mappa del territorio, facendo esistere altri percorsi che furono banditi dal progresso, dagli effetti del cambiamento climatico, dalle ferite di guerra, ancora aperte. Leggono il territorio con i piedi, dalla performatività dell’esperienza, in un ripercorrere a ritroso la testa ed entrare nella dimensione di un’altra andatura, quella dove gli avvenimenti assumono un’altra corporeità e la sensorialità impatta sui sensi un tempo perduti, che affiorano al ricordo. Resti di ciò che è stato visto e ascoltato si fanno materia prima della traversata. Con Sequere, parole che erano addormentate tornano a risvegliarsi. Parole ritrovate vanno contornando storie di rive rivali e vanno, goccia a goccia, configurando frammenti della storia del territorio: il progresso, l’arrivo del treno, le migrazioni, l’addio del treno, la luce elettrica, i tagli dell’acqua, la legge dell’oblio, i paesi sommersi, l’emergenza climatica, i malesseri della terra e gli avvenire di speranza con una memoria democratica.
Filo a filo, l’Ebro comincia a essere risalito verso il Segre / Le rive sono contornate / Costeggiando il fiume risuonano storie incolte / Abbozzi di altre rotte / Cammini dimenticati / Parole che avevano bisogno di un contorno per smettere di essere stagnanti / Il corpo si fa strumento / La memoria si va corporeizzando.
Attraversare un gesto a piedi ha una certa consistenza, una “corposità” onirica che permette, come se si trattasse di un gioco, di lasciare che la propria voce parli all’acqua, dando sfogo a un nuovo avvenire. Contribuire a che il silenzio si vada incrinando —quello che fu segnato da un patto, quello dell’Oblio, e che ancora oggi continua a sottomettere la parola al bando— permette che si vada filando (filo a filo) ciò che restò senza poter essere detto. In ogni incontro singolare del cammino, della comunità che ha accompagnato e accompagna questo gesto, le parole si andarono incorporando nella brocca-ouroboros creata dall’artista per contenere quel fluire dell’eterno ritorno, che non cessa di ripetersi, che non smette di esistere e insistere identico a sé e sempre diverso, e che trova una piccola modificazione nell’essere camminato.
Restituiamo l’acqua alla sorgente, ma a condizione di restituirla con una piccola differenza: impregnata di memoria.
Noris raccoglie acqua dal fiume in ogni segmento di giornata per dipingere; il giorno dopo la restituisce a quello stesso fiume che non è più lo stesso e prende un altro piccolo pezzo che appartiene a un’altra territorialità del cammino ma allo stesso fiume. Con ogni frammento d’acqua traccia una pista, in ogni acquerello installa un’impronta, il territorio si va coprendo di reminiscenze che vanno iscrivendo memoria.
Il progetto si va popolando di impronte e registrazioni in una pulsazione costante tra il ricordo e l’oblio. Camminare come un atto di riparazione è proposto al territorio per andare rammendando quel buco del trauma che si aggiorna con il costante ritorno e insistenza del reale.
Il tragitto dell’acqua che è sfociata e torna alla sorgente si impregna delle voci e della memoria del territorio raccolte in 44 giorni di cammino. Parole che aderiscono all’atto simbolico sono dette per avere un altro destino; parole che sono custodite in uno spazio del dire *chiamato* Sequere diventano parte della memoria dell’acqua, disfacendo l’estraneità che provoca l’oblio con una nuova iscrizione.
Come se questo piccolo atto nominato Sequere riguardasse, tra le altre cose, quel risveglio dal torpore dell’oblio, in un atto performativo che trascende l’artista e il cammino, sfumando le forme per generare domande sul tempo, la storia, la memoria e il divenire “in emergenza”.3
Fermare il trascorrere del tempo, provocare una sospensione, fare un cammino inverso perché ogni passo bandisca l’oblio. Saltare fuori dalla dimensione temporale per riscrivere –e forse iscrivere– un’altra impronta. Attraversare i cammini esiliati senza voce e cominciare a cucirli in un testo che cammina con il progetto.
Come comporre il testo del corpo Sequere, tessuto di molteplici dimensioni? La scrittura del territorio si va costituendo impronta del linguaggio, la lettera che si corporeizza in parola e filo a filo il testo si va facendo mappa.
L’artista precede il psicoanalista, «gli sta davanti» dice J. Lacan. In questo progetto artistico che affonda le radici nella terra ferita per ripararla, i passi dell’artista e la psicoanalisi si intrecciano in una scrittura che tenta di suturare la memoria ferita e scommette su un avvenire rammendato.
Il gesto Sequere è un progetto che installa memoria a partire da un atto simbolico e collettivo. Diversi fili sono uniti in un tessuto di storie raccolte lungo il tragitto. Nuove mappe si costituiscono in una nuova iscrizione. Alla fine del percorso qualcosa rimane registrato come prima impronta che non potrà più essere cancellata e dalla quale si infileranno altre rappresentazioni per costituire ricordo, e scivoleranno per altri alvei ma dal fiume del collettivo, che risuonerà in un’altra lingua, quella della memoria.
parte di questo atto simbolico risiede in ciò
un piccolo atto di legatura collettiva nuova
che permetta un nuovo divenire…
In quel DIRE NUOVO risiede la sua iscrizione. Ogni volta che si ricorderà questo tragitto, ogni volta che si scriverà su questo progetto, l’imbastitura di Sequere continuerà nel suo fluire e tornerà a nascere nella penna di ogni uccello scrittore e affluente scrittore.
Forse questo piccolo gesto artistico ci farà saltare fuori dal tragitto dell’amnesia e ci restituirà alla creazione di un nuovo testo collettivo per far esistere e consistere le parole che erano fuori dal cammino, per farle proprie e dare loro un nuovo alveo.
Impronte della memoria / Impronte mnemoniche che registrarono passi / Passi che tornarono a camminare percorsi abbandonati / Passi che tornarono a essere camminati da altri piedi che, pensando, si addentrarono nell’oblio per risvegliarlo.
Già alla sorgente, all’origine che è inizio e fine del percorso, lanciamo l’acqua che, modificata da tutto il territorio attraversato, attende una nuova nascita.
Celeste Reyna (1977, Córdoba, Argentina) è psicoanalista e docente. Lavora in ambito pubblico e privato da 20 anni. Il suo interesse e il suo lavoro si concentrano su progetti collettivi legati all’accesso alla psicoanalisi per tutti e alla creazione di dispositivi in cui l’ascolto, la parola e gli strumenti artistici promuovono l’elaborazione del malessere. Negli ultimi anni, a partire dalla necessità di ricorrere a pratiche comunitarie soggettivanti, ha lavorato e lavora a diversi progetti artistici intrecciando arte e psicoanalisi.
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Ouroboros (dal greco oyrá, coda, borá, alimento). ⤶
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Parole di Francesc Tosquelles a partire da un camminare la terra attraversata dall’esilio (F. Tosquelles: “Tosquelles, Como una máquina de coser en un campo de trigo”, p. 80. Coedizione CCCB, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía e Arcadia, 2022). ⤶
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Il cambiamento climatico si rese evidente durante la traversata: obbligò a cambiare rotte, a desistere da tragitti, ad ascoltare resti e bombe che davano notizia della storia sepolta e dell’attualità in emergenza. ⤶